lunedì 8 giugno 2009

L'ultimo avvertimento per rinnovare la sinistra europea e per salvare il progetto del Partito Democratico in Italia

L'ultimo avvertimento per rinnovare la sinistra europea e per salvare il progetto del Partito Democratico in Italia

La sconfitta delle principali forze del socialismo europeo, il tracollo laburista e la sconfitta del Partito Democratico segnano l'ultimo campanello d'allarme per chi crede nei valori e continua ad assegnare alla sinistra riformista e in primis al movimento socialista il compito di guidare i processi di cambiamento e di modernizzazione delle nostre società complesse.

Cominciamo con l'Italia riservandoci successivamente di esaminare da vicino i risultati emersi dalla consultazione in un'Europa sempre più tentata da forze antieuropee e xenofobe, ma anche caratterizzata da un nuovo slancio delle forze ambientaliste ed ecologiste.

Esaminando i risultati percentuali espressi alle forze politiche alle elezioni europee, a prescindere dai travasi di voti per lo più all’interno dei due blocchi, e dagli effetti della crescita degli astensionisti che necessiterebbero analisi molto più approfondite, otteniamo una modifica sensibile dei rapporti di forza fra le forze politiche italiane rispetto alle precedenti elezioni europee precedenti

Il centro destra in cinque anni guadagna oltre 10 punti percentuali passando dal 37,47% al 47,78% mentre il centro sinistra rimane sostanzialmente stazionario passando da 40,43% a 40,21%. Quanto alla sinistra comunista e all’estrema sinistra scendono complessivamente dall’8,48% al 3,92% mentre le liste di centro (inizialmente composte anche da UDEUR, pensionati e liste laiche minori oggi scomparse o confluite nel centro destra) scendono dal 10,07% al 6,74% grazie alla tenuta dell’UDC di Casini. Infine l’estrema destra rimane stazionaria scendendo dal 2,11% al 1,26%, cui si può aggiungere probabilmente un altro punto percentuale calcolando l’apporto de La Destra di Storace al risultato del Movimento per le Autonomia attestatosi al 2,22%, partendo da una base dell’1,12% alle politiche dello scorso anno. Complessivamente sommando le destre si passa dal 39,58% al 49,04% e sommando le sinistre si scende dal 48,91% al 44,13% dopo aver accusato un minimo storico del 43,04%, nel 2008: il saldo positivo è di 9 punti e mezzo percentuali per le destre a fronte di un saldo negativo di oltre 5 punti e mezzo per le sinistre, includendo anche l’Italia dei Valori, e di quasi 3 punti e mezzo per le liste di destra

PDL Analizzando i risultati delle forze politiche il balzo in avanti del Popolo della Libertà è inferiore a tre punti percentuali passando da un 32,42% raccolti sommando i risultati di AN e Forza Italia nel 2004 al 35,26% raccolto dalla nuova formazione nel 2009, in calo rispetto sia alle politiche del 2006 quando raccoglieva il 36,6% sia rispetto alle ultime politiche dove raggiungeva il suo massimo storico con il 37,38%. Sul piano europeo fra le forze conservatrici del PPE il PDL è preceduto dallo spagnolo Partido Popular e dall’Unione dei Cristiano Democratici e dei Cristiano Sociali in Germania ma raccoglie un risultato migliore dell’UMP di Sarkozy in Francia ed anche dei Tories di David Cameroun.

Lega A beneficiare maggiormente della crescita delle destre risultano la Lega Nord che più che raddoppia i propri consensi salendo dal 4,96% del 2004 ad un massimo storico del 10,20% nel 2009 ed anche in parte il Movimento per le Autonomie che dopo un brillante esordio alle politiche dell’1,12% grazie all’apporto de La Destra e di formazioni minori raggiunge un prezioso 2,2% diventando nelle isole e forse a termine nel centro-sud un potenziale alleato della Lega che cresce al Nord senza peraltro riuscire a decollare nell’Italia centrale e meridionale. Sul piano europeo la vittoria della Lega si inserisce nel successo delle liste antieuropee e forse anche di quelle xenofobe soprattutto nell’Europa centrale ed orientale

PD. Il Partito Democratico raccogliendo un magro 26,13%, perde dal canto suo cinque punti percentuali rispetto alla lista Uniti per l’Ulivo formata essenzialmente nel 2004 da DS e Margherita che raccoglieva nel 2004 31,08 e alla lista dell’Ulivo alle politiche del 2006 attestatasi al 31,27%, e sette punti percentuali rispetto alle elezioni politiche del 2008 quando insieme ai radicali raccoglieva il 33,17%. Rispetto al quadro delle forze socialiste e progressiste europee il PD si può peraltro consolare del risultato ottenuto trovandosi in una posizione intermedia rispetto alle forze politiche alleate in Europa: largamente sotto ai socialisti spagnoli, attestati sopra il 38%, oltre che ai socialisti grechi del Pasok, a quelli svedesi e ad altri socialisti in paesi minori, ma sopra le percentuali ottenute dal SPD tedesca, dal PS francese che soffrono peraltro dell’affermazione della Linke e della conferma dei Gruenen oltre Reno, del successo degli ecologisti e dei buoni risultati di comunisti e trotzkisti in Francia, e soprattutto dal Labour Party che subisce un autentico tracollo nel Regno Unito.

IV. L’Italia dei Valori insieme alla Lega è il grande vincitore di queste elezioni quadruplicando i propri consensi dal 2,14% raccolti con Occhetto nel 2004 all’8,0% ottenuti quest’anno, con un saldo positivo di sei punti percentuali e raddoppiando rispetto alle politiche dello scorso anno dove superava solo di poco con il 4,37%, la soglia di sbarramento del 4,%. Sul piano europeo l’Italia dei Valori riesce probabilmente ad intercettare voti andati altro a forze verdi e liberaldemocratiche, pur partendo da una matrice cattolica populista e giustizialista.

UDC L’Unione di Centro è l’ultima forza politica che riesce a superare con un lusinghiero 6,51% la soglia di sbarramento in crescita di oltre mezzo punto percentuale rispetto al 2004 (5,89%) pur beneficando plausibilmente di una parte dei voti provenienti da altre forze centriste cattoliche quali Udeur e forse anche dal Partito dei Pensionati, oggi confluite o alleate del PDL. Risultato positivo se comparato con il risultato modesto raccolto da forze simili come il MODEM di Bayrou in Francia

Sinistre moderate laico-socialiste e ambientaliste. A differenza di quanto avviene in Europa dove beneficiano della crisi dei partiti socialisti e socialdemocratici, in Italia non riescono a beneficiare della crisi del Partito Democratico e non superano la soglia di sbarramento:

I radicali rimangono stazionari passando dal 2,25% nel 2004 al 2,42% nel 2009, dopo aver ottenuto il 2,6% alle politiche del 2006 insieme ai socialisti ed aver probabilmente pesato per 2 punti percentuali nel risultato del PD alle politiche del 2008.

I socialisti con il 2,04% e i verdi con il 2,47% raccolti nel 2004 pur partendo da un potenziale di oltre quattro punti percentuali e beneficiando dell’alleanza con Sinistra Democratica e con gli ex rifondaroli di Nichi Vendola, non vanno al di là di un magro 3,12% raccolto da Sinistra e Libertà perdendo quasi un punto e mezzo percentuale. Risultato in controtendenza con i successi raccolti dagli ecologisti in Francia e dalle conferme dei Gruenen in Germania.

Le sinistre comuniste e trotzkiste sono insieme al PD i grandi sconfitti di queste elezioni europee perdendo 4 punti e mezzo. In entrambi i casi si tratta di risultati molto deludenti se comparati con quelli raccolti dalla Linke in Germania e dalla lista attorno al PCF e da quella attorno al Partito anticapitalista in Francia:

La lista dei due partiti comunisti pur partendo da un potenziale di otto punti e mezzo percentuali raccolti nel 2004 suddivisi fra Rifondazione Comunista con il 6,06% e PdCI con il 2,42% e da ancora oltre otto punti raccolti alle politiche del 2006 non riesce ad invertire la tendenza negativa riscontrata con il 3,08% dalla Sinistra Arcobaleno alle ultime politiche, attestandosi anch’essa con il 3,38% largamente sotto la soglia di sbarramento.

I trotzkisti non ne approfittano raccogliendo con il Partito Comunista dei Lavoratori un magrissimo 0,54% a fronte dell’1,1% raccolti lo scorso anno da PCL (0,57%), Sinistra Critica (0,46%) e liste minori (0,09%) .

Con la soglia di sbarramento anche nell’elezione proporzionale dei deputati del Parlamento Europeo si conferma una rappresentanza in Italia simile a quella tedesco – ovvero in grado di ridurre a 5-6 le forze politiche presenti in Parlamento. Sarà ora interessante capire l’esito del referendum e soprattutto capire de PDL e PD saranno tentati dall’abrogare le norme relative agli apparentamenti e all’attribuzione del premio di maggioranza alla lista che ha raccolto il maggior numero di voti e non alla coalizione.

Il fallimento del referendum potrebbe favorire l’adozione di un sistema elettorale alla tedesca (con il doppio voto e un sistema misto proporzionale con sbarramento al 4-5 per cento e maggioritario con collegi uninominali) che escluderebbe i partitini e cosiddetti cespugli favorendone l’accorpamento in formazioni più ampie, ma nello stesso tempo – a differenza del nostro “porcellum” - non incoraggia gli apparentamenti poiché non assegna nessun premio di coalizione al partito più forte nel proporzionale.

L’abolizione del premio di maggioranza toglierebbe il potere di ricatto oggi assegnato alla Lega nel centro destra e all’Italia dei Valori nel Centro sinistra, ma anche ai piccoli alleati regionali come Union Valdôtaine e Südtiroler Volkspartei. Con il sistema tedesco il MPA sarebbe rimasto fuori dal Parlamento Europeo come tutti i partiti sotto il 4 per cento: salvo nel caso in cui come altre forze locali fortemente radicate come la Lega o la stessa SVP il movimento di Lombardo fosse effettivamente risultato in grado di vincere in Sicilia risultando la prima forza in almeno 3 collegi maggioritari ovvero conquistando 3 mandati.

Il premio di coalizione rende dunque per il futuro particolarmente cruciale l’evoluzione dei rapporti di forza che in valori percentuali vedono le destre radicali fuori dal parlamento salvo in caso di apparentamenti con una destra moderata che si identifica praticamente con il PDL attorno al 35 per cento.

In posizione centrale i partiti autonomisti che complessivamente (Lega, MPA, SVP, UV) raccolgono sul piano nazionale il 13 per cento (e in talune aree sono la prima forza politica o comunque risultano determinanti per conquistare il premio di maggioranza regionale al Senato).

Al centro troviamo due forze politiche al di sopra dello sbarramento ma profondamente diverse, l’UDC, ovvero una coalizione con al centro una forza cattolica moderata di ispirazione democratico-cristiana europea, e un’Italia dei Valori che cavalca nell’aree non raggiunte dalle Leghe l’ondata di protesta contro la casta partitocratica assorbendo parte della protesta storicamente cavalcate dai radicali di Marco Pannella. Nell’Italia di oggi il centro raccoglie attorno al 15 per cento dei consensi degli elettori, mentre attorno alla Dc e ai partiti laici minori nella prima repubblica sfiorava quasi la maggioranza assoluta.

Quanto alla sinistra moderata o se preferiamo al centrosinistra, dobbiamo purtroppo constatare che, priva degli apporti un tempo forniti dalle forze laiche repubblicane e socialdemocratiche, attorno al PD e a quel che resta dei socialisti, non riesce a superare la soglia del 32%, se non alleandosi ad una forza populista e giustizialista di centro come l’Italia dei Valori di Di Pietro e ciò nonostante il tracollo delle sinistre radicali .

In altre parole abbiamo un centrodestra come la vecchia Democrazia Cristiana attorno al 35 % in grado di conquistare la maggioranza assoluta solo confermando la propria alleanza con il peso crescente della Lega e con quello determinante del Movimento per le Autonomie di Lombardo ma che potrebbe in futuro necessitare di nuovi apporti dal centro per continuare a beneficiare del premio di maggioranza. Solo così il centro destra potrà competere senza patemi contro uno schieramento concorrente di centro sinistra che - partendo da un magro 26% raccolto dal PD - potrà superare il 40 per cento dei voti, solo alleandosi con radicali, socialisti verdi ed altre forze laiche di sinistra e - non potendo peraltro più beneficiare eventualmente di quel prezioso serbatoio di voti provenienti dai due partiti comunisti complessivamente sotto i quattro punti percentuali – dovrà probabilmente anch’esso ricercare intese con centristi dell’UDC qualunque sia il sistema elettorale che uscirà dal referendum

In questo quadro è evidente che il centro sebbene oggi diviso fra neo democristiani moderati dell’UDC e dipietristi populisti dell’Italia dei Valori potrebbe tornare ad essere ago della bilancia in un sistema elettorale come nell’altro dopo l’arretramento del Partito Democratico e il fallito sfondamento del Popolo della Libertà.

La tendenza al bipartitismo riscontrata alle elezioni politiche del 2008 sembra essere stata messa in crisi dalle elezioni europee nonostante la soglia di sbarramento saggiamente introdotta per questo appuntamento. La Lega Nord e gli autonomisti di Lombardo risultano in posizione di arbitro e sono probabilmente destinate a rimanere o conquistare la guida del Governo in due Regioni chiave come la Lombardia e la Sicilia che sembrano destinate a rimanere decisive per i risultati elettorali del PDL e sono destinate insieme al Veneto a giocare un ruolo chiave nella partita che si riapre sulle riforme istituzionali e che richiede la soluzione del nodo della riforma del sistema elettorale qualunque sia il risultato del referendum del 21 e del 22 giugno prossimi

Per quanto riguarda la sinistra, anche in Italia, essa rimane complessivamente ai minimi storici, ovvero attorno al 36%: come in Francia e in Germania non può raggiungere la maggioranza assoluta senza recuperare elettori moderati al centro e al contempo rappresentare gli elettori delusi dalle sinistre radicali e non. Intercettando al nord non solo i ceti medi e imprenditoriali, ma i ceti operai e le classi subalterne, ormai da anni tentati dal populismo leghista. La sinistra non potrà fare a meno del PD ma il PD sarà il cuore della sinistra solo se sarà in grado di rilanciare il progetto costituente all’origine della nuova formazione allargandolo sia a destra per frenare l'emorragia cattolica verso i centristi e i dipietristi ma anche verso i laici e quegli ex liberali, repubblicani radicali e socialisti che si trovano in posizione sempre meno confortevole all'interno di un Pdl fortemente schiacciato a destra, sia a sinistra verso chi si richiama come PS e Sinistra Democratica al socialismo europeo o spera di beneficiare della forte spinta in Europa verso l’ambientalismo.

Il PD ha sostanzialmente frenato l’annunciata emorragia, beneficiando ancora in parte della spinta verso il bipartitismo espressasi nelle elezioni politiche del 2008 anche in un contesto elettorale proporzionale come quello per le elezioni europee privo di premi di maggioranza. Ma anche questa volta, abbandonando al loro destino minoritario i radicali e rinunciando ad alleanze con le altre forze laiche di centrosinistra e subendo la pressione fortemente competitiva sul proprio elettorato degli ex alleati dipietristi, non è riuscito ancora a creare una dinamica di coalizione a vocazione maggioritaria.

Insomma siamo convinti che il PD, per rappresentare un'alternativa competitiva al blocco berlusconiano, debba essere capace di realizzare quello che non è riuscito a produrre il disegno riformista progettato dai socialisti negli anni Ottanta, ovvero l’alleanza fra i meriti e i bisogni. La sinistra riformista del Ventunesimo secolo dovrà essere in grado di raccogliere rapidamente questa sfida tenendo presente le istanze di quel popolo della sinistra che, dopo la delusione del voto, potrebbe essere tentato come avvenuto in questa occasione dall’astensionismo o magari un domani da un velleitario tentativo di rivincita delle forze massimaliste come emerso parzialmente in Francia con la ripresa di quelle forze che coalizzate attorno a PCF, trotzkisti e sinistre varie, sperano di approfittare elettoralmente dell’emorragia di voti subiti dai partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti che - fatta eccezione per il PSOE di Zapatero per il Pasok di Papandreu, per i socialisti svedesi e quelli sloveni - escono purtroppo davvero malconci dalle elezioni europee del 2009. Speriamo che alla stregua delle elezioni di medio termine americane queste elezioni europee del giugno 2009 rappresentino l’ultimo avvertimento

Senza rinnovarsi la sinistra è destinata ad un rapido declino. In Italia ciò risulta ancora più complicato dalla questione cattolica. Tenere insieme laici e cattolici è una grande sfida. Ci ha provato Veltroni egregiamente mentre Franceschini si è preoccupato soprattutto di frenare l’emorragia degli elettori tentati dal populismo e dall’antiberlusconismo primario dell’Italia dei Valori. Ma ciò nel futuro potrebbe non bastare!.

Il voto delle politiche dello scorso anno potrebbe aver aperto una lunga fase di dominio del centrodestra in Italia, a condizione che il PDL riesca effettivamente a ritrovare la centralità della Democrazia Cristiana nella Prima Repubblica. Deve capire se la potrà avere come la DC contando sulla propria forza centrale nell’ambito di un nuovo sistema elettorale o se intenda continuare a disporre di quel premio di coalizione che costituisce certamente l’elemento di saldatura con il proprio principale alleato, ovvero con la Lega di Bossi, ma di cui sembra aver beneficiato maggiormente proprio la Lega.

Il centrosinistra al contrario potrebbe rimanere congelato (come il voto 30 anni or sono al PCI) al 35 per cento se non riesce a sfondare al centro e nel contempo, come le forze socialdemocratiche e laburiste, a difendere gli interessi dei ceti deboli. Per la prima volta nessun eletto italiano al Parlamento Europeo siederà nel gruppo del Partito Socialista Europeo a causa della sconfitta di Sinistra e Libertà e della decisione per gli eletti del PD di costituire un gruppo autonomo a Strasburgo. Sul piano internazionale e su quello europeo in particolare il Partito Democratico non può eludere la questione della sua collocazione nei confronti del movimento socialista europeo che, a sua volta, deve essere capace come quello popolare di trarre lezioni da questa gravissima sconfitta e di acquisire nuove risorse e dialogare proficuamente con le nuove forze europeiste emergenti al di fuori della sinistra storica tradizionale a cominciare dagli ecologisti di Cohn Bendit.

mercoledì 8 aprile 2009

La fine di un progetto?

Debbo dire che mi dispiace molto la chiusura dell'Officina, ovvero dell'Associazione promossa a Roma da alcuni amici del PD. Non solo per la qualità delle persone ma perché questa rinuncia testimonia il disincanto per non dire il fallimento del progetto di un nuovo laboratorio politico di una nuova forma di partito a vocazione maggioritaria nella società italiana, un superamento dei vecchi partiti di massa del Novecento
Temo si trovi in un vicolo cieco, prigioniero delle sue contraddizioni stretto dalle spinte verso la riorganizzazione delle forze politiche tradizionali... In Europa democristiani e socialdemocratici sono di regola in competizione fra loro e solo in circostanze particolari si possono alleare per assicurare governabilità (Germania) ma poi sono destinati a tornare a dividersi. Trovano alleati a seconda dei contesti nei partiti liberaldomocratici e in altre formazioni di opinione come i verdi. In partiti di opinione in ogni caso mai autosufficienti.
Alle elezioni Europee vedo grandi spazi politici alla destra del PD dove si potrebbe scatenare a termine una battaglia fra Casini e Fini per conquistare la leadership del nuovo grande partito conservatore italiano in linea con la tradizione europeista da De Gasperi all'ultima Democrazia Cristiana, ma anche a sinistra dove la tentazione di voto verso formazioni o coalizioni identitarie che esaltino la battaglia per la laicità e le libertà democratiche o la perpetuazione di simboli otto-novecenteschi o formazioni politiche condannate dalla storia.
Per contrastare la formazione di un partito populista di massa l'elettorato cattolico democratico non credo veda nel PD una forza davvero credibile così come l'elettorato laico della sinistra riformista rimane scettico sulla possibilità di sconfiggere il massimalismo e il radicalismo parolai che hanno caratterizzato tutta la storia della sinistra in Italia dalla Prima internazionale ad oggi. Teme anzi che il populismo nella sua versione pseudovaloriale dipietrista o beppegrillina si possa manifestare inequivocabilmente insieme ai nostalgici della falce e martello alle prosime europee.L'assenza di una precisa collocazione nel Parlamento Europeo, il fallimento del governo ombra, l'incertezza sulla guida futura del partito dopo le traumatiche dimissioni di un segretario fortemente leggitimato dalle primarie, rischiano di trasfoirmare il PD in un partito di notabilato di centrosinistra, in un partito di autoconservazione, quindi in un partito neoconservatore come quello socialista francese di oggi prigioniero degli elefanti.
Solo una nuova classe dirigente del partito che nasca dalla periferia e sia in grado di proporre a partire dal buon governo delle amministrazioni locali in questa difficle congiuntura di crisi economica e sociale, credo sarà in grado di contrastare con efficacia e senza demonizzazioni lo strapotere del berloscunismo senza favorirne la perpetuazione anche dopo l'uscita di scena di BerlusconiSolo un forte tessuto associativo con nuove generazioni in grado di riprendere la sfida lanciata dall'Officina, solo nuovi club in grado di mettere in rete le esperienze e le competenze delle professioni e dei saperi, potrà evitare al PD questa deriva neoconservatrice, riuiscirà davvero a superare il peso dei vecchi gruppi dirigenti DS e Margherita, evitare al PD di ripiombare nelle guerre che hanno logorato e bruciato negli ultimi 15 anni i nostri leader.
Speriamo che i nostri figli prendano il relais dell'Officina. Facciamo un ultimo sforzo per consegnare loro il testimone...Non accontentiamoci del successo peraltro importante della manifestazione di ieri della CGIL guardiamo avanti ma con chiarezza per sposare un progetto di riforme e di innovazione in grado di restituiore dignità e legittimità alla democrazia in questo Paese.

mercoledì 16 aprile 2008

Dopo il 13 aprile 2008

I rapporti di forza nel nuovo Parlamento


Dal bipartitismo imperfetto della prima repubblica sembra che ci stiamo avvicinando ad un nuova forma di bipartitismo con due forze politiche (una per la verità che deve ancora trasformarsi da schieramento elettorale a partito) in grado di raccogliere oltre i due terzi dei consensi espressi dagli elettori.
In valori percentuali il rapporto fra PDL e PD è molto simile a quello fra DC e PCI in occasione delle elezioni politiche del 20 giugno 1976. Solo che nel frattempo non è caduto solo il muro di Berlino: a 32 anni di distanza dal mitico 20 giugno (quando per la prima volta chi scrive andò a votare nel Comune di Como) sono profondamente cambiati i rapporti di forza fra destra e sinistra. A sinistra del PCI, radicali, demoproletari, pduppini raccoglievano all'incirca quanto raccoglie oggi la sinistra arcobaleno mentre i socialisti sia pure al loro minimo storico in virtù dell’affermazione del partito di Berlinguer raccoglievano il 9,6% e al centro i partiti laici a differenza di oggi non assomigliavano a prefissi telefonici. La sinistra pur sfiorando il 50%, allora aveva paura di essere alternativa al blocco moderato. Venti anni dopo – nella cosiddetta seconda repubblica caratterizzata dal bipolarismo, il polo di centrosinistra governava con molto meno, sfruttando prima la disaffezione della Lega nei confronti del Polo delle Libertà nel 1996, poi, dieci anni dopo, beneficiando del premio di maggioranza che gli era stato assegnato da una legge elettorale – giudicata pessima, ottenuto in virtù di una vittoria di misura realizzata al prezzo di costituire quell'ammucchiata elettorale che per ironia della storia si autodefinì l’Unione.
Oggi la discontinuità introdotta dal PD nei confronti di quell'esperienza, la fine del bipolarismo “acchiappatutti” dove immenso era il potere di ricatto dei partitini al momento della costituzione degli schieramenti elettorali e poi quello dei singoli parlamentari in caso di sostanziale parità, hanno premiato la governabilità e non lasciano alibi al vincitore delle elezioni del 13 e 14 aprile 2008.
Berlusconi, a differenza di Prodi, è dominus quasi assoluto, si avvale di una legge elettorale che in questo caso (con un sensibile aumento del gap fra le due mini-coalizioni) ha premiato senza alcun dubbio - insieme al controllo dei leader sugli eletti che continua a farci ritenere questa legge del tutto inaccettabile - la stabilità al contrario di due anni or sono. L'unico ostacolo sulla strada di Berlusconi è rappresentato dalla Lega che peraltro come partito di governo nella seconda legislatura berlusconiana, non gli aveva creato problemi particolari.
Grazie al divorzio con Casini Berlusconi ha ottenuto due risultati: si è disfatto dell'alleato scomodo, e sul piano elettorale ha creato sul fronte moderato un buon competitore capace di togliere qualche volto al partito democratico.
A differenza dei partiti laburisti e socialdemocratici, il PD riesce a fare il pieno dei propri voti solo a sinistra, senza sfondare al centro. Riduce la sinistra dei no ai risultati del PCF o di Izquierda Unita, ma non riesce come Zapatero a competere sul mercato elettorale centrale. Esattamente come accaduto con Segolène Royal in occasione delle scorse elezioni presidenziali dove alla fine i voti centristi di Bayrou sono andati al secondo turno a Sarkozy.

Esaminando i rapporti percentuali espressi alle forze politiche alla Camera, a prescindere dai travasi di voti e dagli effetti della crescita degli astensionisti, otteniamo una modifica sensibile dei rapporti di forza fra le forze politiche italiane. Rispetto alle elezioni di due anni fa
Il PD cresce dal 31,3% (senza radicali, con Mussi) al 33,1% (+ 1,8%)
Italia dei Valori cresce dal 2,3% al 4,3% (+ 2%)
Il PDL non sfonda certo, bensì scende dal 38,5% al 37,4% (- 1,8%)
La Lega Nord sale dal 4,6% all'8,3% (+ 3,7 %)
L'UDC scende dal 6,8% al 5,6% (- 1,2%) ma raggiunge il quorum recuperando sulla sua sinistra
La Destra sale dallo 0,6% (ottenuto dalla sola Fiamma Tricolore) al 2,4% (+ 1,8%)
Il Partito Socialista, penalizzato dal voto utile come SA nonostante lo sforzo di riunire le proprie famiglie disperse, scende dal 2,6% (ottenuto con i radicali nella Rosa nel Pugno) a circa l'1% (- 1,6%)
La Sinistra l'arcobaleno scende da 10,1% (allora con i trotskisti presenti nel PRC, ma senza l'apporto della Sinistra Democratica di Mussi) al 3,1% (- 7%)
I Trotzkisti del Partito Comunista dei Lavoratori e di Sinistra Critica, a differenza dei cugini francesi, guadagnano solo un punto percentuale (+ 1%)

Facendo un confronto fra i saldi ottenuti dalle destre e quelli delle sinistre osserviamo uno spostamento complessivo verso le destre del 3,6%, effetto combinato di cinque fattori:
a) un calo delle destre moderate di PDL e UDC (-3%)
b) una crescita delle destre radicali (compresa Forza nuova) (+2,1%)
c) una crescita delle leghe autonomiste (compreso MPA) (+ 4,8%)
d) un saldo positivo per il centro sinistra moderato PD IV PS (+2,4%)
e) un tracollo della sinistra arcobaleno (-7%)

Facendo un confronto fra aree contigue osserviamo cinque tendenze:
I) a destra una perdita dal pdl a favore de La destra del 1,8%
II) Fra i movimenti autonomisti Lega + MPA una crescita marcata del 4,8%
III) Al centro un saldo positivo dello 0.8% grazie al risultato dell'Italia dei Valori a fronte del calo UDC
IV) Nella sinistra la crescita del PD (comprendente i radicali) si salda con la sconfitta dei socialisti, con un saldo positivo di solo lo 0,2% dovuto anche alla presenza di liste di disturbo (consumatori 0,3%)
V) Nella sinistra radicale (arcobaleno + due liste trotskiste) un saldo negativo del 6%.

C’è chi ha parlato – come Casini – di un parlamento simile a quello tedesco – ovvero in grado di ridurre a 5-6 le forze politiche grazie all’introduzione di una soglia di sbarramento. In realtà in Germania il sistema elettorale (con il doppio voto e un sistema misto proporzionale con sbarramento al 5 per cento e maggioritario con collegi uninominali) esclude i partitini e – a differenza del nostro “porcellum” - non incoraggia gli apparentamenti poiché non assegna nessun premio di coalizione al partito più forte nel proporzionale. Con il sistema tedesco il MPA sarebbe rimasto fuori come tutti gli altri partiti sotto il 4 per cento: salvo nel caso in cui come altre forze locali fortemente radicate come la Lega o la stessa SVP il movimento di Lombardo fosse effettivamente risultato in grado di vincere in Sicilia almeno 3 mandati nei collegi maggioritari.

Il premio di coalizione rende dunque per il futuro particolarmente cruciale l’evoluzione dei rapporti di forza che in valori percentuali vedono le destre radicali (complessivamente attorno al 3 per cento) fuori dal parlamento salvo in caso di apparentamenti con una destra moderata che si identifica praticamente con il PDL attorno al 37 per cento (si pensi che una lista di disturbo come il vecchio PLI raccoglie solo lo 0,2 per cento).
In posizione centrale i partiti autonomisti che complessivamente (Lega, MPA, SVP, UV) raccolgono sul piano nazionale il 10 per cento (e in talune aree sono la prima forza politica o comunque risultano determinanti per conquistare il premio di maggioranza regionale al senato).
Al centro troviamo due forze politiche al di sopra dello sbarramento ma profondamente diverse, l’UDC, ovvero una coalizione con al centro una forza cattolica moderata di ispirazione democratico-cristiana europea, e un’Italia dei Valori che cavalca nell’aree non raggiunte dalle Leghe l’ondata di protesta contro la casta partitocratica assorbendo parte della protesta dei cosiddetti grillini. Nell’Italia di oggi il centro raccoglie insomma solo il 10 per cento dei consensi degli elettori, mentre attorno alla Dc e ai partiti laici minori nella prima repubblica sfiorava quasi la maggioranza assoluta).
Quanto alla sinistra moderata o se preferiamo al centrosinistra, dobbiamo purtroppo constatare che, priva degli apporti un tempo forniti dalle forze laiche repubblicane e socialdemocratiche, attorno al PD e a quel che resta dei socialisti, non riesce a raggiungere la soglia del 35%, e ciò nonostante il tracollo delle sinistre radicali che, a loro volta, sommando la sinistra arcobaleno alle due liste trotskiste di disturbo, superano di poco il 4 per cento.
Infine, la capacità di conquistare il voto di protesta da parte di Lega e Italia dei Valori riduce al minimo la voce degli “altri”, ovvero delle liste non classificabili, che complessivamente non superano l’1,5 per cento.

In altre parole abbiamo un centrodestra in grado di vincere contro un schieramento concorrente che non riesce a raggiungere nemmeno il 40 per cento dei voti:
I) una destra attorno al 40% che conquista una maggioranza quasi assoluta solo con gli autonomisti (che non mi pare per ora assomiglino né alla CSU alleata dei democristiani della Merkel né a Convergencia i Unió catalana con cui il premier Zapatero è invece riuscito a stabilire un accordo)
II) un centro diviso fra neo democristiani moderati e dipietristi che non riesce ad essere ago della bilancia (vedremo se Di Pietro confluirà effettivamente nel PD o non sarà tentato dal cavalcare la protesta anticasta)
III) La Lega Nord e gli autonomisti di lombardo in posizione di arbitro probabilmente alla guida del governo in due Regioni chiave come Lombardia e Sicilia che potrebbe avere un ruolo decisivo nelle riforme istituzionali
IV) una sinistra complessivamente ai minimi storici, ovvero sotto il 40% che, come in Francia non può raggiungere la maggioranza assoluta senza recuperare elettori moderati al centro e al contempo rappresentare gli elettori delusi dalle sinistre radicali e non. Intercettando al nord non solo i ceti medi e imprenditoriali, ma i ceti operai e le classi subalterne, nuovamente tentati dal populismo leghista. Con al centro un PD in grado di rilanciare il progetto costituente allargandolo sia a destra per frenare l'emorragia cattolica verso i centristi e i dipietristi ma anche verso i laici in posizione sempre meno confortevole all'interno di un Pdl fortemente schiacciato a destra, sia a sinistra verso chi si richiama come PS e Sinistra Democratica al socialismo europeo.
Il PD ha tenuto, beneficiando della spinta verso il bipartitismo, ma non è riuscito ancora a creare una dinamica di coalizione a vocazione maggioritaria soprattutto in periferia e non solo nei grandi centri urbani (sotto questo profilo assomiglia al PS francese che ha conquistato ceti emergenti metropolitani, perdendo i ceti operai tradizionali). Insomma il PD, per rappresentare un'alternativa competitiva al blocco berlusconiano, deve essere capace di realizzare quello che non è riuscito a fare il disegno riformista dei socialisti negli anni Ottanta, ovvero l’alleanza fra i meriti e i bisogni. La sinistra riformista dovrà essere in grado di raccogliere rapidamente la sfida tenendo presente le istanze di quel popolo della sinistra che, dopo la delusione del voto, potrebbe essere tentato dall’astensionismo o dalla volontà di rivincita dei vecchi partitini dei vari Diliberto e Pecoraro, soprattutto in vista delle prossime elezioni europee, dove, al contrario di ieri, il sistema elettorale rischia di favorire nuove frammentazioni vanificando in parte gli effetti positivi del voto del 13 aprile.
Tenere insieme laici e cattolici è una grande sfida. Veltroni mi pare essere stato sinora capace di farlo egregiamente. Ma non basta!. Il voto di domenica potrebbe aprire una lunga fase di dominio di un centrodestra in Italia, laddove il PDL riesca effettivamente trasformandosi in partito a ritrovare la centralità della Democrazia Cristiana nella Prima Repubblica, beneficiando peraltro di quella nuova legge truffa con un premio di coalizione che Berlusconi naturalmente ora avrà interesse a mantenere perché elemento di saldatura con il proprio principale alleato, ovvero con la Lega di Bossi.
Il centrosinistra al contrario potrebbe rimanere congelato (come il voto 30 anni or sono al PCI) al 35 per cento se non riesce a sfondare al centro e nel contempo, come le forze socialdemocratiche e laburiste, a difendere gli interessi dei ceti deboli. Sul piano internazionale Veltroni non può eludere la questione della collocazione del PD nei confronti di un gruppo socialista europeo che, a sua volta, deve essere capace come quello popolare di acquisire nuove risorse al di fuori della sinistra storica tradizionale.


PS Probabilmente Berlusconi cercherà di compensare lo scivolamento a destra con aperture verso esponenti del centrosinistra, seguendo quanto avvenuto in Francia con Sarkozy. Il PD fa bene a riprendere dalla tradizione laburista l'idea del governo ombra ma nello stesso tempo non deve demonizzerei l'idea di partecipare con propri esperti a tavoli non solo tecnici sulle riforme istituzionali. Perché è interesse della sinistra riformista che Berlusconi grazie alla dinamica aperta dal Partito Democratico contro la frammentazione riesca a governare. E a governare bene. Grazie ad un'opposizione seria e costruttiva. Per il bene dell'Italia e di chi aspira legittimamente a governare ancora meglio di lui fra cinque anni

mercoledì 16 gennaio 2008

Appunti per un New Deal italiano di inizio Millennio

di Bruno Somalvico
Il quindicennio che ci separa dalla fine della Prima Repubblica sembra non aver sciolto i grandi problemi che attanagliavano La Penisola in quella stagione. Anzi, per molti versi li hanno aggravati. Altri Paesi del Mediterraneo come la Spagna, ma persino per alcuni versi, la Grecia e il Portogallo, che uscivamo da regimi dittatoriali negli anni Settanta, sono invece riusciti a capitalizzare con ottimi risultati in quest’ultimo periodo i frutti della svolta politica e della transizione verso un sistema politico democratico e dell’ingresso nell’Unione Europea nel corso degli anni Ottanta.
L’effetto congiunto delle spinte alla globalizzazione e della fine delle rendite di posizione derivanti da politiche di svalutazione competitiva della lira hanno reso peraltro sempre più precario il tessuto delle nostre piccole e medie imprese che avevano creato attorno all’esportazione del Made in Italy una sorta di secondo Miracolo economico italiano nel corso degli anni Ottanta, ovvero circa un quarto di secolo dopo la grande spinta di modernizzazione del nostro Paese cui aveva corrisposto un ambizioso progetto di modernizzazione politica esauritosi peraltro con il tramonto del primo governo di centro-sinistra
E’ giunto il momento di riprendere quasi mezzo secolo dopo quel progetto riformistico per portare avanti una seconda indispensabile ondata di modernizzazione del Paese a cominciare dalle infrastrutture ormai del tutto inadeguate (basti pensare alla rete di trasporti nelle grandi aree metropolitane) in grado contemporaneamente di riformare le grandi organizzazioni pubbliche nel campo dell’educazione e della formazione, della ricerca scientifica e dell’università, dell’informazione e della cultura, del turismo e dei beni culturali. Senza quest’ambizione e un progetto adeguato alle sfide del terzo millennio qualsiasi tentativo di trasformazione della politica, qualsiasi progetto di partito democratico, rischia di essere inutile, se non addirittura velleitario come quella araba fenice che si chiamava terza via.
L’Italia di questo inizio del XXI secolo conosce gravi crisi
In primo luogo spicca la crisi demografica con un pericoloso invecchiamento della popolazione italiana sono in parte compensato da una popolazione immigrata, più che raddoppiata in pochi anni, ma anch’essa priva di prospettive e in perenne precarietà in assenza di ben definite e non altalenanti e contraddittorie politiche migratorie e di integrazione. Unica consolazione che ci caratterizza: il mantenimento della funzione della famiglia di grande ammortizzatore sociale.
In secondo luogo va ribadita, nonostante qualche nuovo spiraglio di rilancio, la crisi strutturale del tessuto industriale delle piccole e medie imprese che, dopo i formidabili anni ottanta, sembrano aver tirato i remi in barca rinunciato a competere con il gigante cinese, se non esclusivamente su segmenti di nicchia: basti pensare al settore tessile, o a distretti industriali come quello della seta nel comasco o delle scarpe nel marchigiano. E’ poi da capire se la grande imprenditoria privata sopravvissuta, a cominciare dalla Fiat, nonostante i segni di riscossa, sia in grado – in assenza di una grande impresa pubblica nazionale dopo la chiusura del settore delle partecipazioni statali - di fungere da traino per una ripresa del Made in Italy che approfitti realmente della crescita della domanda di prodotti a forte valore aggiunto nei nuovi mercati soprattutto in Oriente.
L’Italia contemporanea vive inoltre una grave crisi dei propri valori tradizionali, dei modelli di comportamento e delle pratiche familiari, che la rende invero non dissimile dalle altre società occidentali. Basti pensare alla durata media sempre più bassa dei matrimoni, al numero dei divorzi, alla crescente aspirazione delle copie di fatto a disporre di nuovi diritti e non solo di doveri verso i propri congiunti e nei confronti della collettività. In questo quadro, la Chiesa cattolica, pur avendo definitivamente rinunciato al proprio potere temporale, sembra non voler accettare questa compiuta secolarizzazione della società italiana confermata negli anni Settanta dai referendum sul divorzio e sull’aborto, riaffermando il proprio diritto di ingerenza su questioni etiche e sociali discusse in seno al Parlamento.
Oltre alla crisi demografica, a quella industriale e a quella dei valori e dei comportamenti, si sono aggravate altre crisi e quelle che sembravano essere solo emergenze legate a situazioni contingenti (in taluni casi sostanzialmente risolte come nel caso del terrorismo politico), sembrano ormai essere diventate caratteristiche strutturali del Bel Paese, ovvero:
  • una crisi di fiducia dei cittadini di fronte al persistere e al dilagare della criminalità soprattutto nel mezzogiorno e al persistere della lentezza della giustizia;
  • una crisi dell’università e del mondo della ricerca priva di fondi pubblici e anche dell’apporto di fondazioni e di altre forme di mecenatismo da parte di privati che ha generato non solo un deterioramento della qualità dell’insegnamento negli atenei, ma anche “fuga dei cervelli all’estero»;
  • una crisi di legittimità e di disaffezione persino nei confronti dei grandi tradizionali appuntamenti sportivi come quello domenicale con il calcio, con stadi sempre meno gremiti se non costretti a giocare a porte chiuse perché facile preda di teppisti e partite truccate da arbitri corrotti o inetti;
  • una crisi della cultura civica, dei modelli positivi che incentivino i giovani allo studio, all’azione sociale, a modelli di vita e di comportamento ineccepibili, all’etica ella responsabilità, anziché a guadagni facili, corruzione, irresponsabilità, ricorso a droghe, cartomanti ecc;
  • una crisi di grave identità dei grandi apparati culturali nazionali, a cominciare dal servizio pubblico radiotelevisivo la cui ultima riforma risale al 1975, privo di adeguati finanziamenti, senza chiare e definite missioni, incapace di svolgere come altrove un ruolo di coesione sociale e di tutela dei cittadini contro le “fratture digitale” e le nuove disuguaglianze della società dell’informazione;
  • infine, last but not least, la lunga crisi politica, che sembra aver prolungato la stagione di « notte della Repubblica » oltre la stagione del terrorismo praticamente sino ai giorni nostri in assenza non solo di una rivoluzione liberale che non c’è mai stata né di una “riforma intellettuale e morale” a cominciare da quella delle classi dirigenti che l’Italia non ha conosciuto nonostante il Risorgimento.

Da un quarto di secolo il tema sottolineato da Craxi della « Grande Riforma » per assicurare la governabilità del Paese chiede ancora una soluzione che passi almeno attraverso una riforma delle istituzioni e del nostro sistema bicamerale e un accordo sulle modalità di elezione del Parlamento. Un paese normale deve aspirare al bipartitismo non ad un bipolarismo come il nostro formato da due coalizioni eteroclite come quelle che si affrontano ormai da una dozzina d’anni, caratterizzate dall’impossibilità di governare dato l’elevato potere di veto esercitato dai piccoli partiti. Sotto questo profilo solo per questo è auspicabile dar vita ad un partito democratico purché esso non cancelli ma anzi esalti le tradizioni politiche di cui è espressione sapendo tradurne le istanze in un nuovo corso autenticamente riformatore.

I partiti – un tempo troppo pesanti e dotati di poteri eccessivamente diffusi in una società consociativa che penalizzava la società civile e irreggimentava i cittadini in maniera quasi “sovietica” - sono oggi piccole entità, incapaci di volare alto, alla mercé del proprio piccolo leader, o del capo della propria coalizione, che ottengono visibilità solo quando esprimono un potere di veto paralizzando di fatto l’operato del governo, ma anche la capacità progettuale e la credibilità dell’opposizione, l’uno e l’altra prigionieri delle proprie coalizioni ed incapaci di rinnovare una classe dirigente che, come nella prima Repubblica, mantiene tutti i suoi tratti gerontocratici dedicando la maggior parte dei propri sforzi ad autoperpetuarsi e a rinnovarsi secondo i principi classici di fedeltà nei confronti della propria “famiglia”, senza mai ricorrere ad altri criteri qualitativi come le competenze e i meriti acquisiti nella gestione quotidiana della cosa pubblica.

Il New Deal per la società italiana chiede di tornare a fare politica nel senso di comporre e superare gli interessi particolari e di rappresentare gli interessi generali attraverso il ritorno al primato dei partiti non della partitocrazia! Vuole anche ripensare la forma e il perimetro dello Stato sociale nella società dell’informazione verso la quale stiamo approdando quasi senza accorgercene. Non vi sarà riforma del servizio pubblico e del sistema dell’informazione e della comunicazione se non all’interno di un più ampio processo riformatore che investe la scuola, l’università e la ricerca scientifica, ma anche l’industria dello spettacolo, del turismo e dei beni culturali, assicurando al contempo il rilancio delle infrastrutture e dei trasporti, un più efficace approvvigionamento energetico e la tutela dell’ambiente e della salute.

Roma 26 marzo 2007

Bruno Somalvico