mercoledì 16 gennaio 2008

Appunti per un New Deal italiano di inizio Millennio

di Bruno Somalvico
Il quindicennio che ci separa dalla fine della Prima Repubblica sembra non aver sciolto i grandi problemi che attanagliavano La Penisola in quella stagione. Anzi, per molti versi li hanno aggravati. Altri Paesi del Mediterraneo come la Spagna, ma persino per alcuni versi, la Grecia e il Portogallo, che uscivamo da regimi dittatoriali negli anni Settanta, sono invece riusciti a capitalizzare con ottimi risultati in quest’ultimo periodo i frutti della svolta politica e della transizione verso un sistema politico democratico e dell’ingresso nell’Unione Europea nel corso degli anni Ottanta.
L’effetto congiunto delle spinte alla globalizzazione e della fine delle rendite di posizione derivanti da politiche di svalutazione competitiva della lira hanno reso peraltro sempre più precario il tessuto delle nostre piccole e medie imprese che avevano creato attorno all’esportazione del Made in Italy una sorta di secondo Miracolo economico italiano nel corso degli anni Ottanta, ovvero circa un quarto di secolo dopo la grande spinta di modernizzazione del nostro Paese cui aveva corrisposto un ambizioso progetto di modernizzazione politica esauritosi peraltro con il tramonto del primo governo di centro-sinistra
E’ giunto il momento di riprendere quasi mezzo secolo dopo quel progetto riformistico per portare avanti una seconda indispensabile ondata di modernizzazione del Paese a cominciare dalle infrastrutture ormai del tutto inadeguate (basti pensare alla rete di trasporti nelle grandi aree metropolitane) in grado contemporaneamente di riformare le grandi organizzazioni pubbliche nel campo dell’educazione e della formazione, della ricerca scientifica e dell’università, dell’informazione e della cultura, del turismo e dei beni culturali. Senza quest’ambizione e un progetto adeguato alle sfide del terzo millennio qualsiasi tentativo di trasformazione della politica, qualsiasi progetto di partito democratico, rischia di essere inutile, se non addirittura velleitario come quella araba fenice che si chiamava terza via.
L’Italia di questo inizio del XXI secolo conosce gravi crisi
In primo luogo spicca la crisi demografica con un pericoloso invecchiamento della popolazione italiana sono in parte compensato da una popolazione immigrata, più che raddoppiata in pochi anni, ma anch’essa priva di prospettive e in perenne precarietà in assenza di ben definite e non altalenanti e contraddittorie politiche migratorie e di integrazione. Unica consolazione che ci caratterizza: il mantenimento della funzione della famiglia di grande ammortizzatore sociale.
In secondo luogo va ribadita, nonostante qualche nuovo spiraglio di rilancio, la crisi strutturale del tessuto industriale delle piccole e medie imprese che, dopo i formidabili anni ottanta, sembrano aver tirato i remi in barca rinunciato a competere con il gigante cinese, se non esclusivamente su segmenti di nicchia: basti pensare al settore tessile, o a distretti industriali come quello della seta nel comasco o delle scarpe nel marchigiano. E’ poi da capire se la grande imprenditoria privata sopravvissuta, a cominciare dalla Fiat, nonostante i segni di riscossa, sia in grado – in assenza di una grande impresa pubblica nazionale dopo la chiusura del settore delle partecipazioni statali - di fungere da traino per una ripresa del Made in Italy che approfitti realmente della crescita della domanda di prodotti a forte valore aggiunto nei nuovi mercati soprattutto in Oriente.
L’Italia contemporanea vive inoltre una grave crisi dei propri valori tradizionali, dei modelli di comportamento e delle pratiche familiari, che la rende invero non dissimile dalle altre società occidentali. Basti pensare alla durata media sempre più bassa dei matrimoni, al numero dei divorzi, alla crescente aspirazione delle copie di fatto a disporre di nuovi diritti e non solo di doveri verso i propri congiunti e nei confronti della collettività. In questo quadro, la Chiesa cattolica, pur avendo definitivamente rinunciato al proprio potere temporale, sembra non voler accettare questa compiuta secolarizzazione della società italiana confermata negli anni Settanta dai referendum sul divorzio e sull’aborto, riaffermando il proprio diritto di ingerenza su questioni etiche e sociali discusse in seno al Parlamento.
Oltre alla crisi demografica, a quella industriale e a quella dei valori e dei comportamenti, si sono aggravate altre crisi e quelle che sembravano essere solo emergenze legate a situazioni contingenti (in taluni casi sostanzialmente risolte come nel caso del terrorismo politico), sembrano ormai essere diventate caratteristiche strutturali del Bel Paese, ovvero:
  • una crisi di fiducia dei cittadini di fronte al persistere e al dilagare della criminalità soprattutto nel mezzogiorno e al persistere della lentezza della giustizia;
  • una crisi dell’università e del mondo della ricerca priva di fondi pubblici e anche dell’apporto di fondazioni e di altre forme di mecenatismo da parte di privati che ha generato non solo un deterioramento della qualità dell’insegnamento negli atenei, ma anche “fuga dei cervelli all’estero»;
  • una crisi di legittimità e di disaffezione persino nei confronti dei grandi tradizionali appuntamenti sportivi come quello domenicale con il calcio, con stadi sempre meno gremiti se non costretti a giocare a porte chiuse perché facile preda di teppisti e partite truccate da arbitri corrotti o inetti;
  • una crisi della cultura civica, dei modelli positivi che incentivino i giovani allo studio, all’azione sociale, a modelli di vita e di comportamento ineccepibili, all’etica ella responsabilità, anziché a guadagni facili, corruzione, irresponsabilità, ricorso a droghe, cartomanti ecc;
  • una crisi di grave identità dei grandi apparati culturali nazionali, a cominciare dal servizio pubblico radiotelevisivo la cui ultima riforma risale al 1975, privo di adeguati finanziamenti, senza chiare e definite missioni, incapace di svolgere come altrove un ruolo di coesione sociale e di tutela dei cittadini contro le “fratture digitale” e le nuove disuguaglianze della società dell’informazione;
  • infine, last but not least, la lunga crisi politica, che sembra aver prolungato la stagione di « notte della Repubblica » oltre la stagione del terrorismo praticamente sino ai giorni nostri in assenza non solo di una rivoluzione liberale che non c’è mai stata né di una “riforma intellettuale e morale” a cominciare da quella delle classi dirigenti che l’Italia non ha conosciuto nonostante il Risorgimento.

Da un quarto di secolo il tema sottolineato da Craxi della « Grande Riforma » per assicurare la governabilità del Paese chiede ancora una soluzione che passi almeno attraverso una riforma delle istituzioni e del nostro sistema bicamerale e un accordo sulle modalità di elezione del Parlamento. Un paese normale deve aspirare al bipartitismo non ad un bipolarismo come il nostro formato da due coalizioni eteroclite come quelle che si affrontano ormai da una dozzina d’anni, caratterizzate dall’impossibilità di governare dato l’elevato potere di veto esercitato dai piccoli partiti. Sotto questo profilo solo per questo è auspicabile dar vita ad un partito democratico purché esso non cancelli ma anzi esalti le tradizioni politiche di cui è espressione sapendo tradurne le istanze in un nuovo corso autenticamente riformatore.

I partiti – un tempo troppo pesanti e dotati di poteri eccessivamente diffusi in una società consociativa che penalizzava la società civile e irreggimentava i cittadini in maniera quasi “sovietica” - sono oggi piccole entità, incapaci di volare alto, alla mercé del proprio piccolo leader, o del capo della propria coalizione, che ottengono visibilità solo quando esprimono un potere di veto paralizzando di fatto l’operato del governo, ma anche la capacità progettuale e la credibilità dell’opposizione, l’uno e l’altra prigionieri delle proprie coalizioni ed incapaci di rinnovare una classe dirigente che, come nella prima Repubblica, mantiene tutti i suoi tratti gerontocratici dedicando la maggior parte dei propri sforzi ad autoperpetuarsi e a rinnovarsi secondo i principi classici di fedeltà nei confronti della propria “famiglia”, senza mai ricorrere ad altri criteri qualitativi come le competenze e i meriti acquisiti nella gestione quotidiana della cosa pubblica.

Il New Deal per la società italiana chiede di tornare a fare politica nel senso di comporre e superare gli interessi particolari e di rappresentare gli interessi generali attraverso il ritorno al primato dei partiti non della partitocrazia! Vuole anche ripensare la forma e il perimetro dello Stato sociale nella società dell’informazione verso la quale stiamo approdando quasi senza accorgercene. Non vi sarà riforma del servizio pubblico e del sistema dell’informazione e della comunicazione se non all’interno di un più ampio processo riformatore che investe la scuola, l’università e la ricerca scientifica, ma anche l’industria dello spettacolo, del turismo e dei beni culturali, assicurando al contempo il rilancio delle infrastrutture e dei trasporti, un più efficace approvvigionamento energetico e la tutela dell’ambiente e della salute.

Roma 26 marzo 2007

Bruno Somalvico

Nessun commento: