L’effetto congiunto delle spinte alla globalizzazione e della fine delle rendite di posizione derivanti da politiche di svalutazione competitiva della lira hanno reso peraltro sempre più precario il tessuto delle nostre piccole e medie imprese che avevano creato attorno all’esportazione del Made in Italy una sorta di secondo Miracolo economico italiano nel corso degli anni Ottanta, ovvero circa un quarto di secolo dopo la grande spinta di modernizzazione del nostro Paese cui aveva corrisposto un ambizioso progetto di modernizzazione politica esauritosi peraltro con il tramonto del primo governo di centro-sinistra
E’ giunto il momento di riprendere quasi mezzo secolo dopo quel progetto riformistico per portare avanti una seconda indispensabile ondata di modernizzazione del Paese a cominciare dalle infrastrutture ormai del tutto inadeguate (basti pensare alla rete di trasporti nelle grandi aree metropolitane) in grado contemporaneamente di riformare le grandi organizzazioni pubbliche nel campo dell’educazione e della formazione, della ricerca scientifica e dell’università, dell’informazione e della cultura, del turismo e dei beni culturali. Senza quest’ambizione e un progetto adeguato alle sfide del terzo millennio qualsiasi tentativo di trasformazione della politica, qualsiasi progetto di partito democratico, rischia di essere inutile, se non addirittura velleitario come quella araba fenice che si chiamava terza via.
- una crisi di fiducia dei cittadini di fronte al persistere e al dilagare della criminalità soprattutto nel mezzogiorno e al persistere della lentezza della giustizia;
- una crisi dell’università e del mondo della ricerca priva di fondi pubblici e anche dell’apporto di fondazioni e di altre forme di mecenatismo da parte di privati che ha generato non solo un deterioramento della qualità dell’insegnamento negli atenei, ma anche “fuga dei cervelli all’estero»;
- una crisi di legittimità e di disaffezione persino nei confronti dei grandi tradizionali appuntamenti sportivi come quello domenicale con il calcio, con stadi sempre meno gremiti se non costretti a giocare a porte chiuse perché facile preda di teppisti e partite truccate da arbitri corrotti o inetti;
- una crisi della cultura civica, dei modelli positivi che incentivino i giovani allo studio, all’azione sociale, a modelli di vita e di comportamento ineccepibili, all’etica ella responsabilità, anziché a guadagni facili, corruzione, irresponsabilità, ricorso a droghe, cartomanti ecc;
- una crisi di grave identità dei grandi apparati culturali nazionali, a cominciare dal servizio pubblico radiotelevisivo la cui ultima riforma risale al 1975, privo di adeguati finanziamenti, senza chiare e definite missioni, incapace di svolgere come altrove un ruolo di coesione sociale e di tutela dei cittadini contro le “fratture digitale” e le nuove disuguaglianze della società dell’informazione;
- infine, last but not least, la lunga crisi politica, che sembra aver prolungato la stagione di « notte della Repubblica » oltre la stagione del terrorismo praticamente sino ai giorni nostri in assenza non solo di una rivoluzione liberale che non c’è mai stata né di una “riforma intellettuale e morale” a cominciare da quella delle classi dirigenti che l’Italia non ha conosciuto nonostante il Risorgimento.
Da un quarto di secolo il tema sottolineato da Craxi della « Grande Riforma » per assicurare la governabilità del Paese chiede ancora una soluzione che passi almeno attraverso una riforma delle istituzioni e del nostro sistema bicamerale e un accordo sulle modalità di elezione del Parlamento. Un paese normale deve aspirare al bipartitismo non ad un bipolarismo come il nostro formato da due coalizioni eteroclite come quelle che si affrontano ormai da una dozzina d’anni, caratterizzate dall’impossibilità di governare dato l’elevato potere di veto esercitato dai piccoli partiti. Sotto questo profilo solo per questo è auspicabile dar vita ad un partito democratico purché esso non cancelli ma anzi esalti le tradizioni politiche di cui è espressione sapendo tradurne le istanze in un nuovo corso autenticamente riformatore.
I partiti – un tempo troppo pesanti e dotati di poteri eccessivamente diffusi in una società consociativa che penalizzava la società civile e irreggimentava i cittadini in maniera quasi “sovietica” - sono oggi piccole entità, incapaci di volare alto, alla mercé del proprio piccolo leader, o del capo della propria coalizione, che ottengono visibilità solo quando esprimono un potere di veto paralizzando di fatto l’operato del governo, ma anche la capacità progettuale e la credibilità dell’opposizione, l’uno e l’altra prigionieri delle proprie coalizioni ed incapaci di rinnovare una classe dirigente che, come nella prima Repubblica, mantiene tutti i suoi tratti gerontocratici dedicando la maggior parte dei propri sforzi ad autoperpetuarsi e a rinnovarsi secondo i principi classici di fedeltà nei confronti della propria “famiglia”, senza mai ricorrere ad altri criteri qualitativi come le competenze e i meriti acquisiti nella gestione quotidiana della cosa pubblica.
Il New Deal per la società italiana chiede di tornare a fare politica nel senso di comporre e superare gli interessi particolari e di rappresentare gli interessi generali attraverso il ritorno al primato dei partiti non della partitocrazia! Vuole anche ripensare la forma e il perimetro dello Stato sociale nella società dell’informazione verso la quale stiamo approdando quasi senza accorgercene. Non vi sarà riforma del servizio pubblico e del sistema dell’informazione e della comunicazione se non all’interno di un più ampio processo riformatore che investe la scuola, l’università e la ricerca scientifica, ma anche l’industria dello spettacolo, del turismo e dei beni culturali, assicurando al contempo il rilancio delle infrastrutture e dei trasporti, un più efficace approvvigionamento energetico e la tutela dell’ambiente e della salute.
Roma 26 marzo 2007
Bruno Somalvico