mercoledì 16 aprile 2008

Dopo il 13 aprile 2008

I rapporti di forza nel nuovo Parlamento


Dal bipartitismo imperfetto della prima repubblica sembra che ci stiamo avvicinando ad un nuova forma di bipartitismo con due forze politiche (una per la verità che deve ancora trasformarsi da schieramento elettorale a partito) in grado di raccogliere oltre i due terzi dei consensi espressi dagli elettori.
In valori percentuali il rapporto fra PDL e PD è molto simile a quello fra DC e PCI in occasione delle elezioni politiche del 20 giugno 1976. Solo che nel frattempo non è caduto solo il muro di Berlino: a 32 anni di distanza dal mitico 20 giugno (quando per la prima volta chi scrive andò a votare nel Comune di Como) sono profondamente cambiati i rapporti di forza fra destra e sinistra. A sinistra del PCI, radicali, demoproletari, pduppini raccoglievano all'incirca quanto raccoglie oggi la sinistra arcobaleno mentre i socialisti sia pure al loro minimo storico in virtù dell’affermazione del partito di Berlinguer raccoglievano il 9,6% e al centro i partiti laici a differenza di oggi non assomigliavano a prefissi telefonici. La sinistra pur sfiorando il 50%, allora aveva paura di essere alternativa al blocco moderato. Venti anni dopo – nella cosiddetta seconda repubblica caratterizzata dal bipolarismo, il polo di centrosinistra governava con molto meno, sfruttando prima la disaffezione della Lega nei confronti del Polo delle Libertà nel 1996, poi, dieci anni dopo, beneficiando del premio di maggioranza che gli era stato assegnato da una legge elettorale – giudicata pessima, ottenuto in virtù di una vittoria di misura realizzata al prezzo di costituire quell'ammucchiata elettorale che per ironia della storia si autodefinì l’Unione.
Oggi la discontinuità introdotta dal PD nei confronti di quell'esperienza, la fine del bipolarismo “acchiappatutti” dove immenso era il potere di ricatto dei partitini al momento della costituzione degli schieramenti elettorali e poi quello dei singoli parlamentari in caso di sostanziale parità, hanno premiato la governabilità e non lasciano alibi al vincitore delle elezioni del 13 e 14 aprile 2008.
Berlusconi, a differenza di Prodi, è dominus quasi assoluto, si avvale di una legge elettorale che in questo caso (con un sensibile aumento del gap fra le due mini-coalizioni) ha premiato senza alcun dubbio - insieme al controllo dei leader sugli eletti che continua a farci ritenere questa legge del tutto inaccettabile - la stabilità al contrario di due anni or sono. L'unico ostacolo sulla strada di Berlusconi è rappresentato dalla Lega che peraltro come partito di governo nella seconda legislatura berlusconiana, non gli aveva creato problemi particolari.
Grazie al divorzio con Casini Berlusconi ha ottenuto due risultati: si è disfatto dell'alleato scomodo, e sul piano elettorale ha creato sul fronte moderato un buon competitore capace di togliere qualche volto al partito democratico.
A differenza dei partiti laburisti e socialdemocratici, il PD riesce a fare il pieno dei propri voti solo a sinistra, senza sfondare al centro. Riduce la sinistra dei no ai risultati del PCF o di Izquierda Unita, ma non riesce come Zapatero a competere sul mercato elettorale centrale. Esattamente come accaduto con Segolène Royal in occasione delle scorse elezioni presidenziali dove alla fine i voti centristi di Bayrou sono andati al secondo turno a Sarkozy.

Esaminando i rapporti percentuali espressi alle forze politiche alla Camera, a prescindere dai travasi di voti e dagli effetti della crescita degli astensionisti, otteniamo una modifica sensibile dei rapporti di forza fra le forze politiche italiane. Rispetto alle elezioni di due anni fa
Il PD cresce dal 31,3% (senza radicali, con Mussi) al 33,1% (+ 1,8%)
Italia dei Valori cresce dal 2,3% al 4,3% (+ 2%)
Il PDL non sfonda certo, bensì scende dal 38,5% al 37,4% (- 1,8%)
La Lega Nord sale dal 4,6% all'8,3% (+ 3,7 %)
L'UDC scende dal 6,8% al 5,6% (- 1,2%) ma raggiunge il quorum recuperando sulla sua sinistra
La Destra sale dallo 0,6% (ottenuto dalla sola Fiamma Tricolore) al 2,4% (+ 1,8%)
Il Partito Socialista, penalizzato dal voto utile come SA nonostante lo sforzo di riunire le proprie famiglie disperse, scende dal 2,6% (ottenuto con i radicali nella Rosa nel Pugno) a circa l'1% (- 1,6%)
La Sinistra l'arcobaleno scende da 10,1% (allora con i trotskisti presenti nel PRC, ma senza l'apporto della Sinistra Democratica di Mussi) al 3,1% (- 7%)
I Trotzkisti del Partito Comunista dei Lavoratori e di Sinistra Critica, a differenza dei cugini francesi, guadagnano solo un punto percentuale (+ 1%)

Facendo un confronto fra i saldi ottenuti dalle destre e quelli delle sinistre osserviamo uno spostamento complessivo verso le destre del 3,6%, effetto combinato di cinque fattori:
a) un calo delle destre moderate di PDL e UDC (-3%)
b) una crescita delle destre radicali (compresa Forza nuova) (+2,1%)
c) una crescita delle leghe autonomiste (compreso MPA) (+ 4,8%)
d) un saldo positivo per il centro sinistra moderato PD IV PS (+2,4%)
e) un tracollo della sinistra arcobaleno (-7%)

Facendo un confronto fra aree contigue osserviamo cinque tendenze:
I) a destra una perdita dal pdl a favore de La destra del 1,8%
II) Fra i movimenti autonomisti Lega + MPA una crescita marcata del 4,8%
III) Al centro un saldo positivo dello 0.8% grazie al risultato dell'Italia dei Valori a fronte del calo UDC
IV) Nella sinistra la crescita del PD (comprendente i radicali) si salda con la sconfitta dei socialisti, con un saldo positivo di solo lo 0,2% dovuto anche alla presenza di liste di disturbo (consumatori 0,3%)
V) Nella sinistra radicale (arcobaleno + due liste trotskiste) un saldo negativo del 6%.

C’è chi ha parlato – come Casini – di un parlamento simile a quello tedesco – ovvero in grado di ridurre a 5-6 le forze politiche grazie all’introduzione di una soglia di sbarramento. In realtà in Germania il sistema elettorale (con il doppio voto e un sistema misto proporzionale con sbarramento al 5 per cento e maggioritario con collegi uninominali) esclude i partitini e – a differenza del nostro “porcellum” - non incoraggia gli apparentamenti poiché non assegna nessun premio di coalizione al partito più forte nel proporzionale. Con il sistema tedesco il MPA sarebbe rimasto fuori come tutti gli altri partiti sotto il 4 per cento: salvo nel caso in cui come altre forze locali fortemente radicate come la Lega o la stessa SVP il movimento di Lombardo fosse effettivamente risultato in grado di vincere in Sicilia almeno 3 mandati nei collegi maggioritari.

Il premio di coalizione rende dunque per il futuro particolarmente cruciale l’evoluzione dei rapporti di forza che in valori percentuali vedono le destre radicali (complessivamente attorno al 3 per cento) fuori dal parlamento salvo in caso di apparentamenti con una destra moderata che si identifica praticamente con il PDL attorno al 37 per cento (si pensi che una lista di disturbo come il vecchio PLI raccoglie solo lo 0,2 per cento).
In posizione centrale i partiti autonomisti che complessivamente (Lega, MPA, SVP, UV) raccolgono sul piano nazionale il 10 per cento (e in talune aree sono la prima forza politica o comunque risultano determinanti per conquistare il premio di maggioranza regionale al senato).
Al centro troviamo due forze politiche al di sopra dello sbarramento ma profondamente diverse, l’UDC, ovvero una coalizione con al centro una forza cattolica moderata di ispirazione democratico-cristiana europea, e un’Italia dei Valori che cavalca nell’aree non raggiunte dalle Leghe l’ondata di protesta contro la casta partitocratica assorbendo parte della protesta dei cosiddetti grillini. Nell’Italia di oggi il centro raccoglie insomma solo il 10 per cento dei consensi degli elettori, mentre attorno alla Dc e ai partiti laici minori nella prima repubblica sfiorava quasi la maggioranza assoluta).
Quanto alla sinistra moderata o se preferiamo al centrosinistra, dobbiamo purtroppo constatare che, priva degli apporti un tempo forniti dalle forze laiche repubblicane e socialdemocratiche, attorno al PD e a quel che resta dei socialisti, non riesce a raggiungere la soglia del 35%, e ciò nonostante il tracollo delle sinistre radicali che, a loro volta, sommando la sinistra arcobaleno alle due liste trotskiste di disturbo, superano di poco il 4 per cento.
Infine, la capacità di conquistare il voto di protesta da parte di Lega e Italia dei Valori riduce al minimo la voce degli “altri”, ovvero delle liste non classificabili, che complessivamente non superano l’1,5 per cento.

In altre parole abbiamo un centrodestra in grado di vincere contro un schieramento concorrente che non riesce a raggiungere nemmeno il 40 per cento dei voti:
I) una destra attorno al 40% che conquista una maggioranza quasi assoluta solo con gli autonomisti (che non mi pare per ora assomiglino né alla CSU alleata dei democristiani della Merkel né a Convergencia i Unió catalana con cui il premier Zapatero è invece riuscito a stabilire un accordo)
II) un centro diviso fra neo democristiani moderati e dipietristi che non riesce ad essere ago della bilancia (vedremo se Di Pietro confluirà effettivamente nel PD o non sarà tentato dal cavalcare la protesta anticasta)
III) La Lega Nord e gli autonomisti di lombardo in posizione di arbitro probabilmente alla guida del governo in due Regioni chiave come Lombardia e Sicilia che potrebbe avere un ruolo decisivo nelle riforme istituzionali
IV) una sinistra complessivamente ai minimi storici, ovvero sotto il 40% che, come in Francia non può raggiungere la maggioranza assoluta senza recuperare elettori moderati al centro e al contempo rappresentare gli elettori delusi dalle sinistre radicali e non. Intercettando al nord non solo i ceti medi e imprenditoriali, ma i ceti operai e le classi subalterne, nuovamente tentati dal populismo leghista. Con al centro un PD in grado di rilanciare il progetto costituente allargandolo sia a destra per frenare l'emorragia cattolica verso i centristi e i dipietristi ma anche verso i laici in posizione sempre meno confortevole all'interno di un Pdl fortemente schiacciato a destra, sia a sinistra verso chi si richiama come PS e Sinistra Democratica al socialismo europeo.
Il PD ha tenuto, beneficiando della spinta verso il bipartitismo, ma non è riuscito ancora a creare una dinamica di coalizione a vocazione maggioritaria soprattutto in periferia e non solo nei grandi centri urbani (sotto questo profilo assomiglia al PS francese che ha conquistato ceti emergenti metropolitani, perdendo i ceti operai tradizionali). Insomma il PD, per rappresentare un'alternativa competitiva al blocco berlusconiano, deve essere capace di realizzare quello che non è riuscito a fare il disegno riformista dei socialisti negli anni Ottanta, ovvero l’alleanza fra i meriti e i bisogni. La sinistra riformista dovrà essere in grado di raccogliere rapidamente la sfida tenendo presente le istanze di quel popolo della sinistra che, dopo la delusione del voto, potrebbe essere tentato dall’astensionismo o dalla volontà di rivincita dei vecchi partitini dei vari Diliberto e Pecoraro, soprattutto in vista delle prossime elezioni europee, dove, al contrario di ieri, il sistema elettorale rischia di favorire nuove frammentazioni vanificando in parte gli effetti positivi del voto del 13 aprile.
Tenere insieme laici e cattolici è una grande sfida. Veltroni mi pare essere stato sinora capace di farlo egregiamente. Ma non basta!. Il voto di domenica potrebbe aprire una lunga fase di dominio di un centrodestra in Italia, laddove il PDL riesca effettivamente trasformandosi in partito a ritrovare la centralità della Democrazia Cristiana nella Prima Repubblica, beneficiando peraltro di quella nuova legge truffa con un premio di coalizione che Berlusconi naturalmente ora avrà interesse a mantenere perché elemento di saldatura con il proprio principale alleato, ovvero con la Lega di Bossi.
Il centrosinistra al contrario potrebbe rimanere congelato (come il voto 30 anni or sono al PCI) al 35 per cento se non riesce a sfondare al centro e nel contempo, come le forze socialdemocratiche e laburiste, a difendere gli interessi dei ceti deboli. Sul piano internazionale Veltroni non può eludere la questione della collocazione del PD nei confronti di un gruppo socialista europeo che, a sua volta, deve essere capace come quello popolare di acquisire nuove risorse al di fuori della sinistra storica tradizionale.


PS Probabilmente Berlusconi cercherà di compensare lo scivolamento a destra con aperture verso esponenti del centrosinistra, seguendo quanto avvenuto in Francia con Sarkozy. Il PD fa bene a riprendere dalla tradizione laburista l'idea del governo ombra ma nello stesso tempo non deve demonizzerei l'idea di partecipare con propri esperti a tavoli non solo tecnici sulle riforme istituzionali. Perché è interesse della sinistra riformista che Berlusconi grazie alla dinamica aperta dal Partito Democratico contro la frammentazione riesca a governare. E a governare bene. Grazie ad un'opposizione seria e costruttiva. Per il bene dell'Italia e di chi aspira legittimamente a governare ancora meglio di lui fra cinque anni

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